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Meduse e altri organismi gelatinosi

Le meduse sono organismi planctonici che fanno parte del phylum dei cnidari la cui classe degli scifozoi annovera le specie più grandi dette scifomeduse.

Il loro corpo, di consistenza gelatinosa, è formato per il 98% di acqua  e  può essere immaginato come un sacco leggermente appiattito, dove si riconoscono una zona superiore convessa, l'esombrella o ombrello e una regione inferiore concava, detta subombrella al cui centro è posta la bocca che si collega alla cavità gastrovascolare mediante una struttura tubulare chiamata manubrium o manubrio.

Dal margine subombrellare si propagano dei tentacoli urticanti a scopo di difesa e di predazione.

Cenni sulla biologia delle meduse

Ciclo vitale degli Scifozoi (strobilazione): 1-8 planula e sua metamorfosi fino allo stadio di scifistoma (stadio polipoide); 9-10 strobilazione; 11 liberazione delle efire; 12-14 trasformazione dell'efira in medusa adulta. Immagine di Matthias Jacob Schleiden (1804-1881) - public domain via Wikimedia Commons

Le meduse così descritte,  generalmente rappresentano solo uno stadio del loro ciclo vitale, la fase medusoide, che si conclude dopo la riproduzione sessuata con la formazione di un polipo (da non confondere con il mollusco cioè il polpo) nella fase polipoide, che rimane ancorato al fondale. Il polipo ha il corpo con l’apertura e i tentacoli rivolti verso l’alto e da esso successivamente si divideranno le efire o giovani meduse che liberandosi nell’acqua diventeranno individui adulti.

L’alimentazione dei cnidari avviene grazie a un numero variabile di tentacoli che circondano l'apertura e con i quali catturano piccole prede come il plancton o particelle alimentari in sospensione nell’acqua.

Predatori naturali delle meduse sono soprattutto i cetacei, i pesci medusofagi come il pesce luna e le tartarughe marine.

Alla classe degli Scifozoi appartengono meduse che si osservano generalmente lungo le nostre spiagge.

La pericolosità di questi organismi è data dalle cellule urticanti chiamate appunto cnidociti, che si trovano sui tentacoli e possono provocare ustioni con bruciore. Generalmente le meduse non rappresentano un grave pericolo per l’uomo, tuttavia, nei mari tropicali australiani esistono specie molto temibili, come la vespa di mare, Chironex fleckeri, il cui veleno può essere fatale anche per l'uomo.

Le meduse nella nostra regione

Nelle acque del litorale regionale si possono osservare più comunemente le specie Rhizostoma pulmo e Aurelia sp.p., invece meno frequenti sono le specie Cothyloriza tubercolata, Chrysaora hysoscella, Pelagia noctiluca e la cubomedusa Carybdea marsupialis. Quest’ultime tre, e soprattutto Pelagia e Carybdea, posso provocare importanti ustioni sulla pelle più sensibile.

Aequorea (poco frequente)

Aequorea - © L. Faresi

Questo genere è abbastanza comune nel nostro mare. Esemplari isolati appartenenti alla specie Aequorea forskalea sono stati osservati a marzo 2015 e nella primavera 2022.

L'ombrello di questa medusa misura da 8 a 25 cm di diametro ed è caratterizzato dalla presenza di numerosi canali radiali di colore bruno scuro o bluastro che dallo stomaco si dirigono verso il bordo dell'ombrello. Ha numerosi tentacoli lunghi e sottili.

Aurelia sp.p. o medusa a quadrifoglio (frequente)

In primavera e inizio estate è possibile osservare individui singoli o ricche sciamature di Aurelia sp.p., medusa poco urticante.

Questa specie è facilmente riconoscibile per la forma perfettamente sferica dell'ombrello di color bianco diafano, trasparente, e soprattutto per la presenza di quattro gonadi di forma circolare con una struttura di color rosa-violetto a quadrifoglio sulla sommità dell'ombrello. Si tratta di un genere cosmopolita capace di vivere sia in mare aperto che nelle acque basse.

Carybdea marsupialis (poco frequente)

Carybdea marsupialis - © L. Faresi

Ad agosto 2017 lungo il litorale antistante la costa di Grado, gli operatori di Arpa FVG hanno rilevato la presenza di alcuni esemplari appartenenti a questa specie.

Carybdea marsupialis è una cubomedusa è di origine atlantica ma risulta sempre più diffusa nel Mediterraneo e nelle acque basse e sabbiose. É dotata di un'ombrella cubica lunga circa 3-4 cm, trasparente. I tentacoli sono quattro, lunghi dieci volte il corpo negli esemplari più grandi e sono particolarmente urticanti.

Carybdea marsupialis non era nel secolo scorso una specie comune in Adriatico (il primo avvistamento risale al 1878) ma, dalla fine del 1900, è stata più volte segnalata la sua presenza nelle acque poco profonde della fascia costiera dell’Adriatico occidentale (costa dell’Abruzzo, delle Marche e dell’Emilia Romagna). Nel 1998 viene documentato il primo avvistamento di un esemplare nel Golfo di Trieste nelle acque della costiera triestina dell’area dei Filtri di Aurisina (TS). Negli ultimi anni, numerose sono state le segnalazioni della sua presenza nell’area settentrionale dell’Adriatico.

Questa piccola medusa trasparente è dotata di 4 tentacoli lunghi sino a 30 cm su cui sono presenti, in numero molto elevato, delle cellule urticanti (cnidocisti); il contatto con i tentacoli provoca una puntura dolorosa ma, l’intenso dolore, è di breve durata. Studi effettuati su questa specie evidenziano che gli adulti si muovono velocemente e vengono attratti dalla luce della costa per cui, particolarmente verso sera, si avvicinano alla riva; si sconsiglia pertanto di immergersi soprattutto nelle ore notturne, nelle acque in cui la specie è stata avvistata.

Chrysaora hysoscella (poco frequente)

Chrysaora hysoscella è urticante, presenta un’ombrella che può arrivare a 30 cm di diametro e lunghe braccia orali che possono superare il metro di lunghezza. Il lato superiore dell’ombrella presenta 16 bande radiali triangolari color ruggine, che si dipartono dal centro come raggi di una ruota. Il margine del mantello e le lunghe braccia orali sono dello stesso colore, anche spesso con toni più sfumati.

Cothyloriza tubercolata o Cassiopea (da poco frequente a frequente)

Raggiunge i 30 cm di diametro, presenta un caratteristico ombrello a forma di disco bianco, con una gobba rotonda e gialla al centro. Il margine è tipicamente frastagliato, di colore giallo o talvolta verdastro per la presenza di zooxantelle. La specie, come tutte quelle appartenenti alla classe delle Rhizostomeae, è priva di tentacoli, ma ricca di braccia orali che si dipartono dai quattro lobi della bocca, delle quali molte sono sottili e terminano con un bottoncino di colore blu/viola. È una specie pelagica, endemica del mar Mediterraneo, molto comune, in particolare nell'Adriatico da ottobre a maggio. Specie poco urticante.

Drymonema dalmatinum (molto rara)

Drymonema dalmatinum - © L. Faresi

Nel 2014 sono stati segnalati alcuni avvistamenti di Drymonema dalmatinum, nelle acque dell’Alto Adriatico.

È la medusa più grande del Mediterraneo, il suo diametro può misurare fino ad 1m.  Possiede l’ombrella di colore trasparente e la zona sottostante di colore rossa e azzurrastra, dalla quale si dipartono i numerosissimi tentacoli singoli e non a fascia, come nella maggior parte delle specie.  La rarità degli avvistamenti di questa specie nasce dal fatto che essa vive per molto tempo in forma di polipo, senza produrre meduse, giacendo per anni sui fondali dei mari e degli oceani in stato dormiente. Possono passare molti decenni prima che il polipo passi alla forma medusoide. La specie risulta urticante.

Nausithoe punctata (rara)

Nausithoe punctata - © Dept. of Life Sciences, University of Trieste.

A luglio 2016, nell’ambito del monitoraggio relativo alla Strategia Marina, i tecnici di Arpa FVG hanno osservato un esemplare di questa specie molto rara.

Questa medusa è di piccole dimensioni. L’identificazione della specie è risultata da una collaborazione tra l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) e Università degli Studi di Trieste.

Mawia benovici (rara)

Mawia benovici - © Barbara Camassa

Risalgono al 2013 i primi avvistamenti di questa medusa nell'Alto Adriatico e nel Golfo di Trieste.

Inizialmente questa specie era stata identificata come Pelagia benovici Piraino, Aglieri, Scorrano & Boero, 2014, in quanto molto somigliante a Pelagia noctiluca. In seguito ad una più accurata analisi dei caratteri morfologici e alle analisi genetiche effettuate da un gruppo di ricercatori di Trieste e Pirano, è stato dimostrato che gli esemplari in questione non appartengono al genere Pelagia bensì al nuovo genere Mawia Avian, Ramšak, Tirelli, D'Ambra & Malej, 2016. Pertanto gli individui prima riconosciuti come Pelagia benovici sono stati rinominati Mawia benovici. Il nome della specie (benovici) è stato scelto in onore dello studioso di plancton gelatinoso Adam Benović.

Questa medusa, ad oggi osservata molto raramente, sembra raggiungere dimensioni modeste e presenta un ombrello di colore variabile da rosso scuro ad aranciato, dal quale si dipartono 8 lunghi tentacoli sottili e di colore bianco trasparente. Parimenti anche le braccia orali sono di colore bianco trasparente ed appaiono fluttuare come fossero velate. Non esistono prove che questa medusa sia urticante.

Pelagia noctiluca (poco frequente, frequente negli anni '80)

È una specie comune nel Mar Mediterraneo, è urticante provocando dolorose irritazioni se sfiorata. Possiede un ombrello marrone-rosato o rosa-violetta di circa 10 centimetri di diametro, traslucido da cui partono 8 lunghi tentacoli, molto urticanti e semi-trasparenti, che partono dai bordi e si possono estendere fino a 2 metri. Le braccia orali, dello stesso colore dell'ombrello, sono lunghe fino a circa 30 centimetri. L'epiteto specifico noctiluca deriva dall'iridescenza, di colore verde, di cui è dotata. Negli anni '80 fu molto abbondante lungo le coste dell'Alto Adriatico.

Rhizostoma pulmo o polmone di mare (frequente)

Questa medusa, di grandi dimensioni, è ormai frequente tutto l'anno. Si tratta di una medusa piuttosto appariscente, potendo raggiungere i 50–60 cm di diametro e i 10 kg. Il corpo è formato da una grande campana o “ombrello” e dal manubrio inferiore che si divide in otto braccia o tentacoli, terminanti con delle clave tricuspidate. Il colore è trasparente negli esemplari più giovani e diviene lattiginoso negli esemplari adulti, che presentano il bordo dell’ombrella di un blu-violetto acceso. Specie urticante.

Altri organismi marini

Mnemiopsis leidyi o "noce di mare" (frequente)

Un altro organismo marino che dal 2016 è presente nelle acque marine e lagunari è lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi o "noce di mare".

Gli ctenofori sono un phylum di animali marini generalmente planctonici e trasparenti. Il loro nome deriva dal fatto di possedere 8 serie di palette ciliate o pettini (cteni), disposte su file meridiane. Al contrario delle meduse non possiedono cellule urticanti, pertanto sono innocui a contatto con l’epidermide.

E’ una specie non indigena o aliena, originaria dell’Atlantico Occidentale, arrivata nel Mar Nero durante gli anni '80 tramite le acque di zavorra delle navi. Dal 1988 la noce di mare è proliferata a tal punto nel Mar Nero da creare gravi danni al settore della pesca, in quanto è un vorace predatore di zooplancton, uova e piccole larve di pesci, soprattutto delle acciughe. Successivamente è comparsa nel Mar d’Azov, nel Mar di Marmara e nel Mar Egeo. Nel Golfo di Trieste è stata segnalata per la prima volta nel 2005 e dal 2016 risulta abbondantissima durante i mesi estivi.

M. leidyi è un vorace predatore di zooplancton, uova e piccole larve di pesci, soprattutto delle acciughe e quindi può modificare l'equilibrio dell'ecosistema marino. In presenza di abbondanza di cibo, pur essendo di piccole dimensioni, si riproduce velocemente dando origine a sciami piuttosto numerosi.  Ciò può rappresentare un problema in quanto la massa gelatinosa che scaturisce da questi sciami può intasare gli attrezzi da posta fissi nelle lagune e creare gravi danni al settore della pesca.

Leucothea multicornis (rara)

Leucothea multicornis è uno ctenoforo che è possibile incontrare nelle acque del nostro golfo, anch'esso è innoquo per la salute umana. Si nutre di piccoli organismi appartenenti al mesozooplancton che al apri di M. leidyi cattura attivamente mediante tentacoli estensibili dotati di cellule adesive.

Leucothea multicornis - © L. Faresi

Salpa maxima (poco frequente)

La Salpa maxima è un organismo planctonico di natura gelatinosa, innocuo per la salute umana, facente parte dell'ordine dei Taliacei. Si muove contraendosi, pompando l'acqua attraverso il corpo gelatinoso e si nutre di fitoplancton che viene filtrato dall'acqua pompata.

Salpa maxima - © L. Faresi

Thalia democratica (rara)

Thalia democratica appartiene come la S. maxima alla classe dei taliacei pertanto è anch'essa un filtratore planctonico che si nutre di fitoplancton e particelle organiche in sospensione. Dopo la divisione, gli individui rimangono uniti tra loro formando colonie nastriformi molto appariscenti che fluttuano con le correnti. Specie innoqua per la salute dell'uomo.

Cosa fa Arpa FVG

Il monitoraggio specifico del macrozooplancton (plancton gelatinoso quale meduse, ctenofori e taliacei) viene condotto da Arpa FVG in ottemperanza del D.lgs 190/2010, e successive modifiche, a recepimento della Direttiva Europea Strategia Marina 2008/56/CE (Marine Strategy Framework Directive).

Tale attività viene effettuata con cadenza bimestrale lungo due transetti, uno posto davanti a Trieste e il secondo davanti a Lignano Sabbiadoro, compresi tra le 3 e 12 miglia nautiche dalla costa. Il censimento viene effettuato identificando e conteggiando gli esemplari di organismi acquatici gelatinosi come le meduse (Scifozoi), le cubomeduse (Cubozoi), i taliacei e registrandone le coordinate geografiche. 

  • Nel corso del primo ciclo di monitoraggio (2015 – 2017)  sono stati censiti in totale 2052 organismi gelatinosi.
    • La specie maggiormente censita è risultata essere Rhizostoma pulmo, pari al 53.4% delle specie censite. 
    • Sono stati rilevati anche esemplari appartenenti al genere Mnemiopsis (pari al 17.4% degli organismi censiti), Aurelia (pari al 16.9% degli organismi censiti) e Salpa (pari al 9.6% degli individui censiti). 
    • Saltuariamente sono stati rilevati esemplari appartenenti al genere Cotylorhiza (pari al 2.1% degli organismi censiti), Aequorea e Chrysaora (in entrambi i casi costituiscono il 0.2% circa degli organismi censiti).

I dati di tutte le Arpa delle regioni costiere italiane del primo triennio di monitoraggio 2015-2017 sono visibili nel Sistema Informativo Centralizzato MSFD

Per approfondire, vai al progetto Strategia Marina.

Arpa FVG ha collaborato con OGS al Progetto NOCE DI MARE per monitorare l'impatto degli ctenofori (Mnemiopsis leidyi) sull'ecosistema marino-lagunare e sulle loro implicazioni nel settore della pesca.

Come comportarsi e cosa fare in caso di punture di meduse

Di seguito si riporta il Vademecum stilato da Enzo Berardesca, direttore dell’Unità operativa di Dermatologia clinica all’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma.

Cinque cose da fare

  1. Se stai nuotando al largo e vieni sfiorato da una medusa, niente movimenti scomposti; devi respirare bene e cercare di raggiungere con calma la riva. Chiedi aiuto a qualcuno, se è necessario. Se invece sei già a riva, esci subito dall’acqua. Evita di gridare e (per quanto possibile) di agitarti.
  2. Ciò che ti serve ce l’hai a portata di mano: lava la parte colpita con acqua di mare, in modo da diluire la tossina non ancora penetrata. Evita l’acqua dolce perché potrebbe favorire la rottura delle nematocisti (strutture urticanti che le meduse usano per difendersi) rimaste sulla pelle.
  3. Con pazienza, cerca di pulire la pelle dai filamenti residui. Per rimuoverli, usa una tessera di plastica rigida, come bancomat o carta di credito, oppure un coltello usato di piatto (non dalla parte della lama).
  4. Applica un gel astringente al cloruro d’alluminio, meglio se a una concentrazione del 5%. Serve a lenire il prurito e a bloccare la diffusione delle tossine. Lo trovi in farmacia.
  5. Vai al pronto soccorso o chiama il 118 se ti accorgi che subentrano delle complicazioni, come reazione cutanea diffusa, difficoltà respiratorie, sudorazione, pallore, mal di testa, nausea, vomito, vertigini, confusione. «In alcune persone particolarmente sensibili, la puntura di una medusa, ma anche di un’ape o di una vespa, può innescare una reazione allergica estrema al veleno, lo choc anafilattico - spiega Berardesca -. In questi casi la tempestività di intervento è fondamentale».

Cinque cose da non fare

  1. Non strofinare la zona colpita con sabbia o con una pietra tiepida. «In effetti le tossine sono termolabili, vengono cioè inattivate dal calore, ma perché ciò avvenga bisognerebbe raggiungere una temperatura di circa 50 gradi», precisa Berardesca. Meglio, quindi, non rischiare un’ustione.
  2. Lascia perdere i rimedi della nonna, come ammoniaca, urina, aceto, alcol. «Questi metodi non solo sono inutili, ma possono risultare anche dannosi - sostiene l’esperto -. Ammoniaca e urina potrebbero ulteriormente infiammare la parte colpita».
  3. Non grattarti, anche se è la prima reazione istintiva; se lo fai rompi le eventuali nematocisti residue, liberando ulteriore veleno.
  4. Se la reazione è localizzata, non usare creme al cortisone o contenenti antistaminico: sono inutili perché entrano in azione solo dopo circa 30 minuti dall’applicazione e cioè quando la reazione è già naturalmente esaurita. Questi principi attivi possono invece andare bene per via orale, nel caso di lesioni diffuse o di disturbi generali, anche lievi.
  5. Niente sole per qualche giorno sulla parte colpita. Nella fase di guarigione l’arrossamento lascia il posto a un’iperpigmentazione, che i raggi ultravioletti potrebbero rendere duratura. Per evitare antiestetiche macchie scure, usa una crema a filtro totale (50+).

Ultimo aggiornamento 9/6/2022

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