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Strategia Marina

L'ambiente marino troppo spesso minacciato dalle attività umane costituisce un patrimonio prezioso che deve essere protetto e salvaguardato al fine di mantenere la sua biodiversità, vitalità e produttività.

A fronte di tale esigenza nel 2008 il Parlamento Europeo ed il Consiglio dell’Unione Europea hanno emanato la Direttiva quadro 2008/56/CE (o Marine Strategy Framework Directive - MSFD - "Strategia Marina") che regolamenta una strategia d'azione comunitaria, recepita in Italia con il d.lgs. n. 190 del 13 ottobre 2010 e successivamente integrato.

Basata su un approccio integrato e pilastro ambientale della futura politica marittima dell’Unione Europea, la strategia ha come obiettivo il raggiungimento del “buono stato ambientale” (Good Environmental Status - GES) per tutte le acque marine.

Raggiungere tale obiettivo significa preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino a un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.  

Nel corso degli ultimi decenni è emersa, infatti, la consapevolezza che le pressioni sulle risorse marine naturali e la domanda di servizi ecosistemici sono talvolta troppo elevate e non sostenibili.

Arpa FVG ha quindi intrapreso specifiche attività di monitoraggio e raccolta dati previste dalla Strategia Marina per la salvaguardia dei mari e degli oceani unitamente alle altre Agenzie ambientali nazionali.

I dati di tutte le Arpa delle regioni costiere italiane del primo triennio di monitoraggio 2015-2017 sono visibili nel Sistema Informativo Centralizzato MSFD.

Come si sviluppa la "Strategia Marina"

La direttiva "Marine Strategy" è uno strumento innovativo per la protezione dei mari e l'ambiente marino che viene considerato per la prima volta in un'ottica sistemica, patrimonio di tutti.

Questa norma guida gli Stati Membri dell'Unione Europea nel controllo e nel perseguimento di un "buono stato ambientale". Per prevenirne il degrado e ripristinare gli ecosistemi danneggiati, ogni Paese ha l'obbligo di sviluppare una propria strategia, attraverso adeguati programmi di monitoraggio e mettendo in atto le misure necessarie a conseguire (o mantenere) un buono stato ambientale entro il 2020 che rappresenta la prima tappa.

Per “buono stato ambientale” s’intende lo stato degli ambienti marini che consenta di preservare la diversità ecologica e la vitalità di mari e oceani puliti, sani e produttivi, e l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile.

Fonte: www.naturaitalia.it/apriParagrafiArticoloSezioneMenu.do?paragrafo=1&idArticolo=123

Gli obiettivi sono di favorire:

  • l'integrazione in un contesto ambientale delle politiche settoriali (trasporti, pesca, turismo, infrastrutture, ricerca, etc.);
  • la coerenza tra le diverse politiche, accordi e strumenti di monitoraggio, pianificazione e programmazione;
  • l’armonizzazione con quanto previsto da accordi internazionali e norme comunitarie già esistenti.

Data la natura transfrontaliera del mare, gli Stati membri sono chiamati a cooperare per garantire il coordinamento tra le singole strategie nazionali.

L’ambito di applicazione della Strategia marina sono le acque marine, inclusi fondali e sottosuolo,  su cui il Paese esercita giurisdizione e include, oltre l'estensione delle acque territoriali, il mare territoriale, la zona economica esclusiva, le zone di pesca protette, la piattaforma continentale, le zone di protezione ecologica.

La "Strategia Marina" segue un ciclo d’attuazione di 6 anni, al termine del quale le strategie nazionali sono sottoposte a valutazione e aggiornamento.

La direttiva prevede inoltre che ogni Paese coinvolga nel percorso il pubblico e tutti i portatori di interesse per mezzo di una consultazione pubblica.

Le regioni marine regolamentate dalla Direttiva in Europa e in Italia

La Direttiva ha suddiviso le acque marine europee in 4 regioni:

  1. Mar Baltico
  2. Oceano Atlantico nordorientale
  3. Mar Mediterraneo 
  4. Mar Nero

Per alcune di queste regioni è stata operata un’ulteriore suddivisione individuando delle sotto-regioni.

Per quanto riguarda i mari italiani le sotto-regioni sono le seguenti:

  • il Mediterraneo occidentale (Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Sardegna);
  • il mar Adriatico (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia);
  • il mar Ionio e Mediterraneo centrale (Calabria, Basilicata, Sicilia).
Fonte: "The Role of Economics in Ecosystem Based Management: The Case of the EU Marine Strategy Framework Directive; First Lessons Learnt and Way Forward." Oinonen, Soile & Börger, Tobias & Hynes, Stephen & Buchs, Ann & Heiskanen, Anna-Stiina & Hyytiäinen, Kari & Luisetti, Tiziana & Veeren, Rob. (2016). Journal of Ocean and Coastal Economics. 2. 10.15351/2373-8456.1038"

I descrittori e il buono stato ambientale

La Direttiva quadro stabilisce che gli Stati membri elaborino una strategia che si basi su una valutazione iniziale dello stato ambientale dell'ecosistema marino e sulla definizione del buono stato ambientale.

Per buono stato ambientale delle acque marine si intende la "capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future".

La direttiva, inoltre, dispone che ciascuno Stato elabori una strategia al fine di individuare traguardi ambientali (target) intermedi attraverso specifici programmi di azione e di  monitoraggio, avviati dopo un’attenta valutazione iniziale dello stato di qualità dei mari.

Per consentire agli Stati membri di raggiungere l’obiettivo prefissato, la direttiva ha individuato 11 descrittori ossia dei parametri che siano in grado di fornire indicazioni sullo stato dell'ecosistema e che permettano di individuare le azioni da intraprendere al fine di raggiungere il buono stato ambientale (Good Environmental Status - GES).

Il mantenimento della biodiversità, la qualità e la presenza di habitat nonché la distribuzione e l’abbondanza delle specie devono essere in linea con le condizioni geografiche e climatiche prevalenti. Il buono stato di questo descrittore ha come obiettivo il mantenimento soddisfacente di queste specie peraltro elencate nella Direttiva Habitat, nella Direttiva Uccelli e nel protocollo SPA/BD relativo al mantenimento della biodiversità marina e alla gestione sostenibile delle coste. Questo descrittore ha un vastissimo campo di applicazione sia biologico sia geografico.

  • Per raggiungere il GES sarà necessario un approccio multi-specie e multi-habitat, unitamente a una valutazione complessiva delle pressioni umane (e impatti) su ciascuna di queste componenti. Purtroppo la maggior parte delle attività umane che insistono sull’ambiente marino influiscono in qualche misura sulla biodiversità e ciò rende tutto molto più difficile.

Nel corso dell'evoluzione la colonizzazione di nuove aree geografiche da parte degli organismi animali e vegetali è avvenuta con processi lenti di dispersione naturale e questo fenomeno ha rappresentato uno dei motori dell’evoluzione stessa. Tuttavia, a partire dall’inizio dell’Olocene, ma con un’intensità crescente nel corso degli ultimi cinque secoli, l’azione dell’uomo ha profondamente alterato tali processi, sia attraverso il trasporto involontario di piante ed animali, sia per la diffusione accidentale o intenzionale di specie allevate o trasportate per gli scopi più diversi. La diffusione incontrollata di specie introdotte dall’uomo al di fuori del loro areale di distribuzione originario, oltre alle conseguenze di tipo ecologico, ha serie ripercussioni di carattere socio–economico e sanitario.

  • L’Italia è uno dei paesi europei maggiormente colpiti dalle invasioni biologiche, grazie anche alle favorevoli condizioni climatiche. Il Mediterraneo è il bacino europeo con il più alto numero di specie alloctone che causano impatti ecologici ed economici. Le specie invasive sono considerate una delle maggiori minacce alla biodiversità. I loro impatti sull'ecologia locale comprendono: - competizione con organismi autoctoni per il cibo e l'habitat; - cambiamenti strutturali degli ecosistemi; - ibridazione con specie autoctone, fenomeno che può minacciare di estinzione le specie autoctone a causa di incroci e produzione di ibridi; - tossicità diretta; - le specie invasive possono costituire un ricettacolo di parassiti o un veicolo di patogeni. Nell'ambiente marino l'introduzione delle specie aliene, avviene perlopiù attraverso vettori come le navi con le acque di zavorra, o con l'importazione di specie destinate alle attività di acquacoltura.
  • L'obiettivo della Strategia Marina è quello di mantenere la presenza di queste specie alloctone entro livelli che non alterino negativamente gli ecosistemi. Il raggiungimento del GES comporta, quindi, la riduzione al minimo del numero di specie non indigene di nuova introduzione in aree associate ai principali vettori di introduzione, quali appunto attività portuali e di acquacoltura.

ISPRA, nell’ambito di una specifica convenzione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha messo a punto e realizzato un sito web dedicato alle specie aliene invasive: www.specieinvasive.it.

Le popolazioni di tutti i pesci, molluschi e crostacei sfruttati a fini commerciali devono rimanere entro limiti biologicamente sicuri, presentando una ripartizione della popolazione per età e dimensioni indicativa della buona salute dello stock. Pertanto le specie commerciali devono essere sfruttate in modo sostenibile, (compatibilmente con il rendimento massimo sostenibile a lungo termine), le specie devono mantenere un'adeguata capacità riproduttiva (in grado di riprodurre, in media, almeno una volta prima di essere catturate) e gli stock devono mantenere una struttura di taglia ed età tali da consentire un adeguato reclutamento.

  • La Politica Comune della Pesca (PCP) è il meccanismo giuridico principale per la gestione di stock ittici nelle acque comunitarie, assicurando coerenza tra gli Stati membri. Per questo motivo, il raggiungimento del GES sarà, con l'eccezione degli stock in cui vi è la possibilità di provvedimenti nazionali o locali, dipendente dal successo delle misure di gestione della pesca che saranno determinate e concordate nell'ambito della  PCP.
  • Il raggiungimento del GES per questo descrittore prevede pertanto che nessuno stock venga sfruttato oltre i limiti biologici di sicurezza e che all'interno di ogni stock ittico vi sia un'alta percentuale di pesci adulti e una adeguata struttura per età.

E' la complessa rete (alimentare) dei flussi di materia ed energia tra i componenti dell'ecosistema marino e il suo buon funzionamento è fondamentale per la salute generale dell'ambiente. Questo descrittore s’incentra sugli aspetti funzionali della rete trofica marina, in particolare i tassi e le direzioni di trasferimento di energia e i livelli di produttività, partendo dalla componente pelagica del plancton (fito e zoo), che si pone alla base della rete trofica, fino ai componenti superiori (pesci, mammiferi, uccelli). Attualmente sono ancora insufficienti le conoscenze relative al trasferimento di energia tra i vari livelli trofici e l'interazione tra le diverse specie, pertanto ci si focalizza sulla distribuzione di abbondanza e sulla produttività delle specie principali e dei gruppi trofici. E’ perciò evidente una significativa sovrapposizione con il Descrittore 1.

  • Il raggiungimento del GES proposto per questo descrittore prevede che le popolazioni dei principali gruppi di specie all'interno della rete trofica siano mantenute a livelli tali da garantire la sostenibilità a lungo termine del funzionamento dell'ecosistema marino di cui fanno parte, con una composizione di età e una struttura dimensionale per queste e per altre specie chiave, indicativi della sostenibilità delle popolazioni rinnovabili garantendo il mantenimento di una adeguata struttura della rete trofica e dell’ecosistema.

L'eutrofizzazione viene definita come un processo degenerativo delle acque, indotto da eccessivi apporti di sostanze ad effetto fertilizzante (azoto, fosforo ed altre sostanze fitostimolanti) trasportate a mare dai fiumi e provenienti dalle attività agro-zootecniche e dagli insediamenti urbani. L'agricoltura intensiva e la zootecnia contribuiscono ad incrementare soprattutto i carichi di azoto riversati in mare, mentre gli scarichi civili sono responsabili dell'incremento di fosforo. Questi nutrienti portano ad un aumento della biomassa micro e macro algale e di conseguenza ad uno squilibrio trofico dell'intero ecosistema. Il fenomeno si manifesta con alterazione del colore e della trasparenza delle acque per le alte concentrazioni di microalghe (fitoplancton) in sospensione e con la conseguente carenza di ossigeno al fondo con stati di sofferenze nelle comunità bentoniche (pesci di fondo, molluschi, crostacei, ecc.). Tali fenomeni sono generalmente caratterizzati da una rapida evoluzione tuttavia possono incidere notevolmente sulla biodiversità così come sulla produttività e pescosità.

  • Per il raggiungimento del GES sarà quindi necessario ridurre al minimo il rischio di eutrofizzazione di origine umana e di conseguenza i suoi effetti negativi, come perdite di biodiversità, degrado dell’ecosistema, fioriture algali nocive e carenza di ossigeno nelle acque di fondo.

I fondali marini e gli habitat bentonici associati, sono alla base di gran parte della biodiversità dei mari, per i cicli dei nutrienti e dei flussi di energia a livelli trofici superiori. Le attività umane che principalmente contribuiscono ad una significativa riduzione della diversità delle comunità bentoniche sono rappresentate ad esempio dall'uso di attrezzi da pesca a traino sul fondo che producono abrasione ed estrazione, ma anche gli apporti fluviali e il trasporto navale possono avere impatti importanti. Il monitoraggio di questo descrittore permette di controllare che le pressioni umane sui fondali marini non influiscano negativamente sulle componenti dell'ecosistema.

  • Questo descrittore prevede che per il raggiungimento del GES l'integrità dei fondali debba essere ad un livello tale da garantire che la struttura e le funzioni degli ecosistemi siano salvaguardate e gli ecosistemi bentonici, in particolare, non abbiano subito e non debbano subire effetti negativi.

Per questo descrittore vengono prese in considerazione le alterazioni permanenti delle condizioni idrografiche dovute alle infrastrutture costiere e marine realizzate, in corso di realizzazione o progettate a partire dal 2012. La realizzazione di infrastrutture come abitazioni e porti, dighe foranee, piattaforme offshore ecc., può avere un impatto su ampia scala e quindi se mal gestito alterare le condizioni idrografiche in modo permanente. Il termine condizioni idrografiche include sia i processi idrologici riferibili alla colonna d’acqua quali correnti, energia di fondo, regime salino e termico sia le caratteristiche fisiografiche dei fondali in termini morfologici e di natura dei substrati. Gli impatti derivanti dallo sviluppo marino e costiero sono attualmente gestiti attraverso le procedure che precedono le concessioni delle licenze marine e il processo di autorizzazioni, in linea con i requisiti della direttiva sulla valutazione dell'impatto ambientale, e in linea con la direttiva quadro sulle acque, e con la direttiva Habitat. Pertanto la modifica permanente delle condizioni idrografiche non deve influire negativamente sugli ecosistemi marini.

  • Il raggiungimento del GES per questo descrittore, quindi  prevede che la natura e la scala delle eventuali modifiche permanenti alle condizioni idrografiche prevalenti (incluse ma non limitate alla salinità, temperatura, pH e idrodinamica) derivanti dalle attività antropiche, siano prese in considerazione dopo aver analizzato i processi climatici ciclici a lungo termine nell’ambiente marino, e che non portino a significativi effetti a lungo termine sulle componenti biologiche prese in considerazione nei descrittori 1, 4 e 6.

Le sostanze inquinanti includono composti sintetici quali pesticidi, agenti antivegetativi, prodotti farmaceutici, ecc., composti non sintetici come metalli pesanti, idrocarburi, ecc., ed altre sostanze considerate inquinanti sia solide, liquide che gassose. Le sostanze pericolose possono entrare nell'ambiente marino sia attraverso fonti naturali sia come conseguenza di attività antropiche, sia come immissioni dirette sia attraverso fiumi, estuari e deposizione atmosferica. L'inquinamento è considerato come l'introduzione di sostanze che abbiano, o possano avere, effetti dannosi per l'ambiente marino che si traducono in perdita di biodiversità, pericoli per la salute umana, riduzione per la qualità delle acque, e diminuzione della nostra possibilità di uso del mare.

  • Il GES per questo descrittore prevede che le concentrazioni di contaminanti nelle acque, nei sedimenti e nel biota siano coerenti con i livelli normati, che queste concentrazioni non siano in aumento e che gli effetti dei contaminanti siano mantenuti entro i livelli di variabilità naturale dei processi biologici degli habitat e dei gruppi funzionali in modo da assicurare che non vi siano impatti significativi o rischi per l'ambiente marino.

Per contaminanti, si intendono in questo caso particolare, le sostanze chimiche organiche e i metalli in tracce che possono derivare per una serie di ragioni, da fonti antropiche (industria, ad esempio scarichi di acque reflue, l'agricoltura, acquacoltura, ecc) e da fonti naturali (ad esempio i fattori naturali geologici compresa l'attività geotermica). Con l'eccezione di alcuni molluschi, i controlli sui prodotti della pesca sono generalmente effettuati poco prima che questi raggiungano il consumatore, rendendo quasi impossibile determinare con precisione da dove il campione possa provenire. Per tale motivo i dati e le informazioni da utilizzare sono limitati a specie edibili per le quali si riesce a risalire alla provenienza all’interno della sub regione.

  • Il raggiungimento del GES per questo descrittore prevede che le concentrazioni dei contaminanti (chimici e microbiologici) nei pesci e nei molluschi catturati o raccolti per il consumo umano non superino i livelli massimi stabiliti dalle norme quali il Regolamento EU 1881/2006 e successive modifiche (Regolamento UE 420/2011), il Dlgs. 152/2006; Regolamento CE 2073/2005; Regolamento CE 854/2004 e successive modifiche (Regolamento CE 1021/2008) ) o da altre norme pertinenti.

E' definito rifiuto marino un qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o trasformato e in seguito scartato, abbandonato o perso in ambiente marino e costiero. Si tratta di oggetti costruiti ed adoperati quotidianamente dall’uomo e poi dispersi lungo la costa ed in mare, compresi quei materiali che dalla terra ferma, raggiungono il mare attraverso i fiumi, il vento, le acque di dilavamento e gli scarichi urbani. Sono costituiti da plastica, legno, metallo, vetro, gomma, vestiario, carta ecc., mentre non vengono inclusi i residui semisolidi quali oli minerali e vegetali, paraffine e altre sostanze chimiche. La maggior parte dei rifiuti marini è costituita da materiale che degrada lentamente, se non del tutto, quindi un ingresso continuo di grandi quantità di questi materiali produce un inevitabile e progressivo loro accumulo nell'ambiente marino e costiero. 

  • L’impatto ecologico che hanno questi oggetti può avere effetti letali o sub letali su piante e animali mediante intrappolamento, danni fisici e ingestione; attualemente la counità scientifica sta studiando anche possibili effetti dell’accumulo di sostanze chimiche attraverso le plastiche e la facilitazione della dispersione di specie aliene fungendo da carriers. L'impatto economico si rileva a livello del turismo con danni meccanici alle imbarcazioni e alle attrezzatura da pesca, riduzione del pescato e costi di bonifica, ed in fine si registra un importante impatto sociale per la riduzione del valore estetico e dell’uso pubblico dell’ambiente.
  • Il GES proposto per questo descrittore prevede che la quantità di rifiuti, e dei prodotti di degradazione, lungo le coste e in ambiente marino sia in diminuzione ed il suo livello non comporti un rischio significativo per l'ambiente costiero e marino, sia a seguito di mortalità diretta ad esempio attraverso impigliamento o soffocamento, sia mediante impatti indiretti, come la ridotta fecondità, diluizione della dieta o il bioaccumulo dei contaminanti all'interno della rete trofica.

Per approfondimenti visita la pagina dedicata ai rifiuti spiaggiati e microplastiche.

Descrittore 11: L’introduzione di energia, comprese le fonti sonore sottomarine. Questo descrittore ha lo scopo di affrontare l'impatto del "rumore" sull'ambiente marino e al momento non copre le conseguenze di eventuali altre forme di energia. L'introduzione artificiale antropica di fonti sonore nell'ambiente marino può avvenire o attraverso suoni impulsivi, causati principalmente da attività come l’estrazione di petrolio e gas e l’installazione di pali per la costruzione di piattaforme, stazioni eoliche oppure attraverso suoni continui causati principalmente dal trasporto marittimo. Tutte queste fonti sonore influiscono negativamente sugli organismi marini in vari modi. I rumori continui possono degradare il naturale l'habitat sonoro, infatti segnali biologicamente rilevanti, quali i suoni di ecolocalizzazione, sono mascherati, rendendo in tal modo più difficile o impossibile l’accoppiamento, la localizzazione del cibo e l’individuazione dei predatori.; mentre i suoni impulsivi possono causare una serie di reazioni comportamentali come evitare di nutrirsi o di riprodursi in quelle aree, o possono condurre a effetti fisiologici quali danni temporanei o permanenti all'apparato uditivo, ed a livelli molto elevati, anche alla morte.

  • La proposta di GES per questo descrittore prevede che le attività umane che introducono suoni intermittenti di frequenze forti, bassi e medie nell’ambiente marino siano gestite nella misura in cui nessun effetto negativo significativo a lungo termine sia sostenuto a livello di popolazione o specificamente di specie vulnerabili/minacciate e dei principali gruppi funzionali; e che i suoni continui a bassa frequenza non rappresentino un rischio significativo per la vita marina a livello di popolazione, o specificamente di specie vulnerabili/minacciate e dei principali gruppi funzionali.
  • La conoscenza dei livelli di rumore in ambiente marino così come gli impatti sulle specie e sulle popolazioni e sui valori soglia in cui il rumore è considerato un impatto 'significativo' sugli organismi, sono ancora poco studiati. Nell'ambito di questa tematica Arpa FVG partecipa attivamente al progetto europeo SOUNSCAPE  con specifici programmi di monitoraggio.

Le attività di Arpa FVG nell'ambito della Strategia Marina

Dopo una prima fase sperimentale, durante la quale il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare (MATTM) ha affidato alle Regioni il compito di avviare le prime esperienze di monitoraggio sui nuovi indicatori, nel 2015 molte delle attività di monitoraggio previste dal decreto sono state affidate direttamente alle Arpa, che operano secondo i Piani Operativi delle Attività (POA) di ogni sottoregione.

La regione FVG fa parte, insieme a Puglia, Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Veneto e Molise, della sottoregione Adriatico. In un’ottica di sistema, Arpa Emilia Romagna è capofila per la raccolta dei dati relativi alla sottoregione e che ciascuna Agenzia regionale acquisisce attraverso la propria attività di monitoraggio.

I dati sono successivamente trasmessi al MATTM, che a sua volta li invia alla comunità europea per le debite valutazioni.

In particolare il Piano Operativo delle Attività (POA) per la sottoregione Adriatico, di cui fa parte la regione FVG, prevede frequenze di monitoraggio diverse a seconda del tipo di indagine:

- mensile per la stima dei carichi di nutrienti da fonti fluviali (Descrittore 5) mediante monitoraggio di Azoto e Fosforo totali;

- bimestrale per la biodiversità planctonica, (organismi acquatici che vivono in sospensione nell’acqua - Descrittore 1), le specie planctoniche non indigene, (provenienti da altri mari e trasportate principalmente dalle acque di zavorra delle navi - Descrittore 2) e gli organismi gelatinosi (principalmente meduse - Descrittore 1); visual census dei rifiuti galleggianti, Descrittore 10, ed infine monitoraggio in situ fino al limite delle acque territoriali, di variabili fisico-chimiche e nutrienti (Azoto e Fosforo totali, Azoto ammoniacale, Nitriti, Nitrati e Ortofosfati - Descrittore 5).

- semestrale per  la presenza delle microplastiche galleggianti (Descrittore 10), per il censimento dei rifiuti spiaggiati (Descrittore 10), e per le sostanze inquinanti nell’acqua (Descrittore 8);

- una volta all’anno si analizzano le sostanze inquinanti nel sedimento e nel biota (Descrittore 8), unitamente alle caratteristiche geomorfologiche e batimetriche, (misure di profondità) del fondale marino (Descrittore 6), osservando la presenza di particolari habitat bentonici (di fondo) costituiti da alghe calcaree libere maerl e rodoliti (dal 2015 al 2017 Arpa FVG ha monitorato in aggiunta anche le formazioni coralligene) (Descrittore 1) e valutando gli effetti esercitati dalla pesca a strascico (Descrittore 6).

Dal 2017 le attività sono state implementate con il monitoraggio di specie e habitat marini della Direttiva 92/43/CE Habitat. In particolare, a cadenza annuale, è stato effettuato il monitoraggio del mollusco bivalve Pinna nobilis in due aree del Golfo: l'area marina protetta di Miramare (AMP) e il SIC IT3330009 - Trezze di San Pietro e Bardelli (area delle Rete Natura 2000).

Grazie alle attività previste dalla Strategia marina, Arpa FVG ha iniziato a indagare descrittori e quindi parametri che prima non venivano considerati.

In particolare, si è approfondita l’analisi degli organismi gelatinosi che ha reso possibile identificare non solo la specie e il numero di esemplari, ma anche la loro posizione geografica.

L’acquisizione di un ROV (Remotely Operated Vehicle), strumento dotato di telecamera subacquea e controllato da remoto, ha permesso di filmare e di fotografare il fondale marino, rendendo possibile la caratterizzazione di alcuni tratti particolari dei fondali e il rilevamento degli impatti dovuti all’attività di pesca.

L’utilizzo di una rete denominata “manta”, che ha due larghe ali stabilizzatrici che la rendono appunto simile al pesce marino omonimo, ha permesso di raccogliere piccoli frammenti di plastica (inferiori a 5 mm), che galleggiano sullo strato superficiale e che potrebbero entrare nella catena trofica se ingeriti da uccelli o pesci; è stato possibile, inoltre, fare una prima analisi sulla quantità e qualità dei rifiuti spiaggiati che vengono trascinati dalle correnti e si depositano sulla battigia.

Ultimo aggiornamento 23/5/2022

URL: https://www.arpa.fvg.it/temi/temi/acqua/sezioni-principali/strategia-marina/